domenica 24 giugno 2007

Viaggi

L’estate è arrivata ed ormai Studio Aperto parla solo più degli italiani al mare. C’è gente però (come la sottoscritta) che non sa ancora se riuscirà a farsi una misera settimana in vacanza. L’alternativa che mi si sta ponendo di fronte è quella di trascorrere tutta l’estate nella cocente città di Torino, prigioniera dell’afa e dello smog. Non mi rimane che fantasticare e immaginare le mie vacanze. Sull’onda di Perlina, ho pensato alle cinque mete da me preferite. Non è stato facile, mi piacerebbe visitare ogni angolo del mondo, ma dal momento che è impossibile ho fatto uno sforzo per individuarne solo cinque…

Nord Europa: Norvegia, Svezia, Finlandia e Danimarca. Non sono mai stata così a nord, non sono una grande amante del freddo ma credo che questi siano paesi che meritino di essere visitati!

India: è da anni che ho questo pallino, mi affascina da morire la cultura, religione, il modo di vivere. Credo che siano luoghi speciali carichi di misticismo.

Stati Uniti: e qui ci sarebbe una sfilza di nomi di città in cui mi piacerebbe andare, il mio sogno sarebbe farmi coast to coast, ma siccome questo richiede tempo e denaro, credo che rimarrà per sempre veramente solo un sogno…

Sidney: conosco degli amici che hanno studiato per alcuni mesi in Australia e vedendo le foto, credo che sarei tranquillamente in grado di trasferirmi direttamente laggiù! Grandi spazi verdi, sole e mare…Si può chiedere di più?

Londra: questa non è così difficile da realizzare, ci sono un sacco di voli low cost che ti consentono di andarci anche solo per un weekend. Spero davvero di riuscire ad organizzare presto...

Questi sono alcuni luoghi in cui mi piacerebbe andare, ma devo dire che non sono gli unici, Tunisia, Messico e Indonesia sono altri esempi. Adoro viaggiare, meglio se in compagnia, mi è capitato di fare un viaggio da sola, ma devo dire che è meno divertente, anche se ovviamente dipende sempre dalla compagnia con cui sei!
Siete stati in alcuni dei luoghi che ho citato?
Inoltre, vi è mai capitato di fare un viaggio orribile, da dimenticare? A me fortunatamente no, ma un viaggio può anche trasformarsi in un inferno…

domenica 17 giugno 2007

Elemosinare talvolta può diventare un lavoro?

In questi giorni sono stata costretta per motivi tecnici ad assentarmi dalla blogsfera e sono stata (non certo una sola visita di piacere, ve lo assicuro) tra le due maggiori città del nord Italia, Torino e Milano. Due grandi città, ciascuna con i propri aspetti negativi e positivi, caotiche ma con dei lati affascinanti. Sinceramente sono più affezionata a Torino ed inoltre la conosco meglio, per cui è sempre un piacere per me ritornarci. C’è un aspetto triste e di degrado che però le accomuna: il numero impressionante delle persone che chiedono l’elemosina. Donne, bambini, vecchi, agli angoli delle strade con la mano tesa. Rom che ti aspettano agli incroci per lavarti i vetri e se rifiuti si arrabbiano. Donne che salgono con i bambini in braccio sui treni, ti lasciano un biglietto sul sedile con sopra scritto “Sono divorziata ed ho due bimbi da mantenere, aiutatemi” e poi ripassano chiedendoti “Hai moneta?”. Intanto nell’altra carrozza il controllore multa un vecchietto che non si era accorto di essersi seduto in prima classe con un biglietto da seconda. Passa anche accanto alla donna con il bambino, ma a lei non chiede il biglietto. L’idea che mi sono fatta da tutto questo? Che elemosinare è diventato un business. Una soluzione per molti di loro sarebbe quella di lavorare, un lavoretto da poco, non qualificato, non è difficile da trovare neppure in Italia. Non voglio generalizzare, ovviamente, i poveri veri esistono e sono troppi. A fianco c’è però anche un altro tipo di povertà che fa l’elemosina per convenienza. Si organizzano addirittura in gruppi, arrivano col pullman al mattino e ripartono la sera dopo aver trascorso un giorno intero in stazione. Non è invenzione, ve lo assicuro. Non sono razzista, mi piace aiutare gli altri e stimo profondamente tutti coloro che sanno mettere la propria vita al servizio dei più bisognosi. Dico solo che bisogna saper distinguere tra le due facce della medaglia, che a volte non è tutto così come appare e che purtroppo c’è gente che si approfitta della benevolenza degli altri.

lunedì 11 giugno 2007

Energia senza fili

Pensate ad un mondo senza fili. Internet? C’è la wireless. Telefono? Ci sono i cellulari. Elettricità? C’è la witricity. Non è fantascienza, si può. Gli scienziati americani del famoso MIT sono riusciti ad accendere una lampadina da 60 watt, facendo originare l'elettricità necessaria da una fonte distante più di due metri, senza che vi fosse nulla di fisico a unire le due parti. Il principio che sta alla base è quello della risonanza reciproca di due oggetti differenti, dotati dunque della capacità di “risonare” alla stessa frequenza e di scambiarsi energia in modo efficiente. In parole semplici, due bobine di rame fungono l'una da sorgente e l'altra da terminale. La prima viene connessa alla rete elettrica e genera un campo magnetico che produce onde che raggiungono la seconda, che vibra alla stessa frequenza e raccoglie gran parte dell'energia.
Ora, immaginate di essere seduti comodamente sul vostro divano mentre state scrivendo sul vostro blog. Il portatile si sta scaricando, avete bisogno quindi di collegare il cavo alla rete. Contemporaneamente anche il cellulare si sta scaricando e dovreste alzarvi per cercare il carica batterie finito in qualche cassetto sconosciuto della stanza. Grazie al witricity potreste ricaricare il vostro pc e il cellulare senza scomodarvi, con un semplice click. Non è fantastico? Inoltre, se si riuscisse ad estendere il campo di applicazione della witricity da pochi metri a km, si potrebbe anche portare energia elettrica in alcune zone montuose in cui i cavi non arrivano! Forse questo è però ancora un po’ futuristico…

giovedì 7 giugno 2007

200 bambini cavia in Nigeria

Bambini usati come cavie e di mezzo c’è ancora una multinazionale, con gli unici obiettivi di guadagno e affari, pronta a mettere a repentaglio la vita di centinaia di bambini. Sembra una notizia d’altri tempi ma invece è possibile, è possibile nei paesi più poveri e disagiati dove la popolazione muore di fame ed ogni aiuto dall’occidente viene visto come un’ancora di salvezza, dove la gente non ha alcun diritto e l’unico desiderio è quello di arrivare a fine giornata con lo stomaco pieno e in buona salute. E’ capitato nella regione settentrionale della Nigeria, a Kano, nel 1996. La multinazionale americana Pfizer è accusata di aver approfittato, senza motivazioni umanitarie, di una grave epidemia di meningite e morbillo, che ha causato 15mila morti, per testare un farmaco, il Trovan (trovafloxacina), un antibiotico orale, su 200 bambini cavia, senza ottenere il nulla osta dai genitori. Secondo la Food and drug administration tale farmaco presenta «rischi di tossicità epatica». Oltre ai gravissimi danni causati alle piccole vittime, l’episodio gettò nel panico la popolazione nigeriana che, temendo di essere utilizzata come cavia, disertò negli anni successivi numerose campagne di vaccinazione, fra cui quella contro la poliomielite condotta dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Questa vicenda fece talmente scalpore che nel 2005 girarono un film a proposito, ’The Constant Gardner’ .
Il governo nigeriano ha già dichiarato guerra legale. La prima udienza del processo contro la multinazionale sarà il 26 giugno. Nelle azioni legali presentate ieri alla Corte suprema federale, il governo nigeriano afferma che 11 dei 200 bambini usati come cavie sono morti e molti dei sopravissuti hanno subito danni gravissimi quali lesioni cerebrali, cecità sordità, paralisi. Ovviamente il colosso farmaceutico ha respinto invece tutte le accuse, sostenendo che il medicinale «ha salvato molte vite» e che le autorità locali erano al corrente della sperimentazione. Mi auguro che questa volta giustizia sia fatta, in rispetto dei bambini stessi e delle loro famiglie. Staremo a vedere gli esiti del processo.

lunedì 4 giugno 2007

La TV: che trauma!!

Domenica sono ritornata in Italia. Ho rivisto con piacere la mia camera, le mie cose, il mio cane. Nessun trauma insomma, a parte quando ho acceso la TV. A dir il vero non l’ho guardata per molte ore, è da un po’ che non guardo la televisione italiana quindi ho deciso che all’inizio è meglio prenderla a piccole dosi. Avevo già dedicato un post all'argomento ma ogni volta che non la guardo per mesi, poi faccio fatica a riabituarmi … Nel pomeriggio è veramente inguardabile, sono pure arrivati al punto di ridare Beverly Hills su Italia 1. Voglio dire, questo telefilm era il mio preferito quando avevo 16 anni, ho ancora il gioco in scatola e l’album delle figurine a casa, però ormai è superato! Rivedere Brandon (che ai tempi adoravo) non mi ha fatto più alcun effetto.
Stasera invece ho visto il nuovo programma di Amadeus: a parte il fatto che non ho ancora ben capito come funzione il gioco, io l’avevo lasciato che era sulla Rai ed ora me lo ritrovo su Mediaset, ovviamente con l’inseparabile Giovanna (a proposito, mi spiegate qual è la sua funzione all’interno del programma?)

Aspetto con impazienza la terza serie di Grey’s Anatomy di cui ho già visto le prime puntate in Svizzera…Intanto, stasera mi leggerò sicuramente un buon libro!




La “Croute au fromage”: piatto svizzero poco leggero ma mooooooolto buono!!

venerdì 1 giugno 2007

Si parte

Sono ancora viva. In questi giorni sono stata impegnatissima. Sono arrivata alla fine del mio lavoro, è arrivato il momento di partire. Le valigie sono pronte, stracolme di tutte le cose accumulate in questi mesi, sono riuscita a farci stare tutto ma ho deciso che un pezzettino del mio cuore rimarrà sempre qui. In questi mesi ho conosciuto tantissima gente e non solo svizzeri, ma anche francesi, tedeschi, una polacca e una serba. Tante facce conosciute, tanti momenti condivisi ed è difficilissimo spiegare cosa si prova quando arriva il momento dell’addio. Da questa esperienza oltre aver imparato una lingua in piú e tantissime altre cose col mio lavoro, ho imparato una cosa fondamentale: che non esistono barriere tra i popoli, che dopo il primo impatto anche il problema di una lingua diversa puó essere facilmente superato, che siamo tutti uguali e che le sole barriere esistenti sono create dall’ignoranza dell’uomo. Questi sono giorni tristi per me, non è carino da dire, ma non sono affatto felice di ritornare in Italia. Contenta di rivedere la mia famiglia e i miei amici, certo, ma poi vorrei poter ritornare qui. Ho trascorso mesi favolosi e questa esperienza mi ha donato molto. Quando ritorneró in Italia saró diversa, arricchita dentro. Scusate questo post, molto personale, forse troppo. Ma non potevo fingere, dovevo scrivere queste parole. Oggi è cosí, da domani su questo blog ritroverete la solita Laura di sempre.
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