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domenica 16 dicembre 2012

Tu, italiano che cerchi lavoro all'estero...

La crisi attanaglia l'Europa ed ora più che mai l'Italia, dopo che i politici italiani hanno avuto la bella idea di interrompere il cammino intrapreso da Monti, lasciando l'Italia in balia di Mister B. & company e screditando ancora di più l'immagine dell'Italia all'estero. Ovviamente anche in Svizzera non si é parlato d'altro per giorni e molti scommettono sulla vittoria di Mister B. alle prossime elezioni grazie ancora una volta alla sua politica basata sul populismo. Si sa l'Italia é piena di gente che non ne può più di Imu, Equitalia, Europa e Merkel; e Berlusconi farà una campagna tutta giocata contro l'Imu, Equitalia, Europa e Merkel. Pochi qui credono ad una ripresa dell'Italia, dal momento che ora che Monti non c'é più non vedono neanche più la volontà di uscire dalla crisi. E credo che il pensiero della Svizzera sia largamente condiviso da altri paesi europei: lunedì ero in Spagna e i giornali si chiedevano apertamente se ora in Italia non si fosse raggiunto un livello della crisi pari a quello che c'é in Spagna. 

Con l'aumento della crisi in Europa, sono aumentati i curriculum vitae comunitari ricevuti dalla mia azienda. Recentemente c'é stata un'impennata di CV ricevuti dall'Italia. Alcuni di questi mi sono stati gentilmente trasmessi dalla segretaria. Ora, devo dire che delle robe del genere non me le sarei mai manco immaginata, a quanto pare la gente non sa ancora scrivere uno straccio di CV oppure pensa che qui in Svizzera ci sia una tale abbondanza di lavoro, per cui basti inviare un CV (senza neppure rileggerlo prima) per avere il lavoro. Beh, purtroppo non é così. 
Tu, italiano che vuoi fuggire dall'Italia, leggi bene queste regole di base prima di premere invio su quell'email con il tuo CV allegato:
1. Se vuoi cercare lavoro all'estero, almeno l'inglese lo devi conoscere bene. Quindi si spera che tu sappia scrivere un CV in buon inglese e che alla sezione "lingue" non ti limiti a scrivere "conoscenza inglese - base". (Se poi oltre all'inglese, conosci anche il francese o il tedesco, qui in Svizzera é sicuramente un vantaggio.) Comunque l'italiano, seppure sia bellissimo, non basta.
2. Se hai una laurea in fotografia ed arte, non inviare il tuo CV ad uno studio d'ingegneria: la tua laurea potrebbe non essere così apprezzata come tu credi.
3. Il fatto che tu sappia ballare danza classica, certo é una bella cosa, ma poco utile per uno studio di consulenza ambientale: prima dovresti mettere in risalto tutte le tue qualità in linea con il lavoro in questione.
4. Prima di inviare un CV ad un'azienda, in genere, é buona norma avere un'idea dell'attività dell'azienda in questione. Sembra una banalità, ma credetemi spesso non é affatto così. Una persona che manda il CV ad un'azienda che si occupa di consulenze ambientali scrivendo nella sua lettera di presentazione che adora fare analisi finanziarie, vuol dire che non ha capito proprio un tubo.

Lo so che non é facile trovare un lavoro, ci sono passata anche io e me lo ricordo bene, però tu, italiano che vuoi sfuggire dall'Italia, non darti da solo la zappa sui piedi eliminando del tutto quelle poche probabilità che hai di trovare un lavoro all'estero. Certo, così facendo fai fare due belle risate a chi oltralpe il tuo CV lo riceve, ma pensa anche a chi, italiano, vive e lavora da anni oltralpe e continua nella sua sempre più dura missione di difendere i suoi connazionali....

sabato 18 febbraio 2012

Noi, emigrati italiani

Vivendo all'estero, é facile incontrare italiani che come me sono emigrati. Appena ci si incontra fra italiani, ci si sente subito vicini, con la stessa storia alle spalle, le stesse difficoltà affrontate. E allora ciascuno incomincia a parlare delle proprie vicissitudini, sicuri che l'altro non solo capisce ma ha vissuto la stessa esperienza. Come ad esempio Angela che quando mi ha incontrato, mi ha raccontato che si era trasferita in Svizzera tedesca dal sud Italia per lavoro ed all'inizio l'impatto era stato forte. Lavorava in fabbrica con altri italiani che vivevano in un mondo tutto loro, non capendo nulla della lingua. A volte prendeva il treno nel weekend per tornare giù ed andare a ballare la domenica al suo paese, per poi ripartire la domenica sera ed arrivare il lunedì mattina in Svizzera pronta per il turno in fabbrica. Ai tempi odiava la Svizzera, ora é diventata la sua seconda patria, il cuore é ancora in parte in Italia, ma la sua vita é qui ed un ritorno in patria é escluso nonostante lei sia ormai in pensione. 
Di storie così ne ho sentite parecchie. Al museo di Zurigo c'é una sezione dedicata agli emigrati italiani degli anni '60. Ci sono dei video di treni che una volta alla settimana facevano Palermo-Zurigo. Le immagini ritraggono gli emigranti in arrivo a Zurigo con le loro valigie sgangherate e la disperazione negli occhi. La maggior parte di questi emigranti non aveva istruzione, parlava il dialetto meglio dell'italiano ed appena arrivata in Svizzera, voleva dimenticare il proprio passato di miseria. Molti di loro oggi non si ricodano più bene l'italiano, mescolandolo con parole nella lingua del loro paese ospitante.
Ai tempi, un ruolo fondamentale lo svolgeva la missione cattolica di lingua italiana (che esiste tuttora, ma con un ruolo più marginale). I preti della missione aiutavano gli italiani a integrarsi, a mettersi in contatto con gli altri emigrati italiani, davano loro un supporto morale ma anche e soprattutto pratico. 
Ai tempi, chi emigrava in Svizzera, non poteva portare con sé i propri familiari. E così accadeva che il marito assumesse la moglie come colf per farla entrare in Svizzera e nascondesse i bambini in casa. La missione cattolica italiana talvolta li aiutava di nascosto. Se un vicino aveva dei sospetti sulla presenza di clandestini nel suo condominio, aveva il dovere di denunciarlo alla polizia. Tutto ciò ha lasciato delle ferite indelebili nella memoria di questi emigrati, che per questi motivi non hanno mai perdonato a fondo il paese che li ha ospitati e li ospita tuttora.
Poi ci siamo noi. Noi che non ci riconosciamo affatto in questi emigrati degli anni '60-'70, che evitiamo i circoli degli italiani all'estero, che abbiamo una laurea, un lavoro qualificato, che sappiamo parlare l'italiano e non lo vogliamo dimenticare, ma in più usiamo e conosciamo l'inglese ed eventualmente la lingua del posto. Siamo qui per scelta personale, a volte l'Italia manca ma abbiamo rispetto e fiducia nel paese che ci ospita e seguiamo da lontano con interesse la nostra nazione di origine sapendola criticare se necessario. Conosciamo i nostri diritti qui e li vogliamo rispettati, così come sappiamo quali sono i nostri doveri. Ci sentiamo ben accolti da questo paese e grazie alla tecnologia anche più vicini alle nostre famiglie. Non abbiamo nulla in comune con gli emigrati della prima ondata e questo lo sanno anche loro, loro che vogliono raccontarmi la loro storia e poi si rendono conto che non potrò mai capirli davvero, perché la mia storia é diversa ed allora mi guardano e concludono dicendo "voi sì che siete fortunati". 

Tratto dal film "I fabbricasvizzeri" di di Rolf Lyssy

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